SAN SIRO: IL RUOLO DELLA CHIESA NELLA CITTA’ DI SANREMO

di Giancarlo Rilla

Esiste un termine, nella lingua italiana, che dà ragione dell’orgoglio e della coesione di una popolazione attorno ai simboli della propria città o paese. Questo termine è campanilismo con riferimento ad un edificio che spesso è assurto a simbolo della città generalmente per meriti paesaggistici, come il Torrazzo di Cremona, talvolta per meriti artistici come il campanile di Giotto a Firenze, il campanile di san Marco a Venezia, la torre di Pisa, talvolta per caratteristiche particolari come il campanile di Messina dotato del più grande e più complesso orologio meccanico astronomico del mondo. Abbiamo parlato di casi eccezionali ma non esiste paese o città al cui campanile non siano attribuiti meriti, caratteristiche, vicende di ogni tipo, che ne fanno l’elemento simbolico della identità civica come ci narrano le cronache e una ricca casistica di aneddoti.

Uno di questi spiegherebbe l’origine del termine campanilismo riferito alla rivalità tra due paesi limitrofi. Sembra che esistesse una forte contrapposizione tra San Gennaro Vesuviano e Palma in Campania, entrambi in provincia di Napoli. Un giorno nel paese di San Gennaro vollero dotare il campanile di un orologio che fosse di utilità della popolazione ma, per evitare che gli abitanti di Palma Campania potessero beneficiarne, il quadrante dell’orologio che volgeva a levante, ossia verso il paese avversario, fu lasciato volutamente senza lancette, in modo che i cittadini di Palma Campania non potessero leggere l’orario. Anche la storia della nostra città è in gran parte segnata dall’esistenza di questo edificio, anzi dal ruolo che la basilica e il suo campanile, nei loro novecento anni di vita, hanno avuto non solo e non tanto per gli aspetti religiosi o spirituali ma nella stessa vita civile e sociale e nella formazione di una coscienza e di una identità civica.

Già nel XI secolo quando San Remo (allora Villa Matutiana e in seguito Civitas Sancti Romuli) era feudo dei vescovi di Genova, gli stessi venivano qui per riscuotere le decime  certo, ma anche per governare la città ed amministrare la giustizia. E le udienze con relative sentenze si tenevano dietro l’abside, all’aperto, dove ora ci sono i chioschi dei fiori e la statua di Siro Andrea Carli. Il vescovo usciva dalla antica canonica e assumeva le vesti di giudice civile e penale “nell’orto sotto il noce” vicino al torrente come ci narrano le cronache. E forse tra le palme che abbelliscono la piazza non sarebbe stato male piantare ancora un noce a ricordo di queste usanze. Anche in epoca successiva quando, tramontata ormai l’epoca dei vescovi-conti, si era costituita una struttura di governo civile, laica ed autonoma, anche se in qualche modo più o meno dipendente dall’autorità della Serenissima Repubblica di Genova, rimanevano stretti i legami tra città civile e chiesa locale. La chiesa di San Siro rivestiva così, a seconda dei casi, il ruolo di madre accogliente, di sentinella vigile, di custode attenta e gelosa dei valori civici, sia nella tranquilla vita quotidiana sia nelle turbolente vicende connesse con le incursioni barbaresche e col lungo braccio di ferro con la superba e dominante Genova.

Quando ormai San Remo aveva un Consiglio, un Capitolo e un Pretorio per amministrare la città e la giustizia, il parlamento cittadino, ossia la suprema assise dei capifamiglia si svolgeva a San Siro o nella chiesa di Santo Stefano. A San Siro, erano conservati gli statuti dellacittà, non nel Palazzo civico o presso un notaio, ma qui in questa chiesa, quasi l’edificio fosse un garante sicuro ed imparziale della custodia e della integrità non solo materiale ma anche di contenuto del documento la cui esistenza rappresentava le prerogative di civitas ossia di autonoma personalità politica sociale e civile.

Alla chiesa, al suo titolare San Siro, al patrono San Romolo e, in epoca successiva, alla compatrona Madonna del Rosario, così come alla Madonna della Costa faceva riferimento l’istanza civile della città, come risulta dai documenti storici, in occasione o nel pericolo di epidemie, di calamità naturali. In quei casi allora l’autorità civile, sentendosi inidonea a fronteggiare pericoli incombenti, ricorreva in modo ufficiale e istituzionale alla dimensione sovrannaturale e divina rappresentata dalla chiesa. Non è raro trovare delibere con le quali l’amministrazione della città decide di indire processioni o altre pratiche di fede per scongiurare la gelata dei limoni, le pestilenze o la diffusione delle beghe che minacciavano le viti. Il ruolo della chiesa in circostanze, per così dire istituzionali, era ribadito dalla funzione svolta dal campanone il cui suono, al di fuori di speciali ricorrenze liturgiche, serviva da banditore pubblico per notificare la riunione non solo del Parlamento generale dei capifamiglia della città ma anche dello stesso Consiglio Comunale la cui validità giuridica era subordinata alla presenza del numero legale e alla regolarità della convocazione, di cui si doveva far menzione nel corpo delle deliberazioni. In un italiano che voleva essere ufficiale e dotto con molti richiami ad un latino ormai corrotto si legge infatti nell’incipit delle delibere: Consilium civitatis in valido numero congregato, previo campane sonitu, … Il suono grave e solenne del campanone costituiva formale imprescindibile premessa e dava ufficialità all’esercizio delle funzioni democratiche e civili della nostra città prima ancora che alle funzioni liturgiche. Fusa nel bronzo del campanone si legge infatti la frase Consilium convoco, solemnia decoro (Convoco il consiglio e dò lustro alle solennità).

E gravemente suonò il campanone quando, scoppiarono i dissidi tra la nostra città e Genova a proposito degli abitanti della Colla che chiedevano di staccarsi dal distretto di San Remo. Durante le operazioni di delimitazione dei confini effettuate dagli inviati genovesi, scoppiarono tafferugli la cui natura fece temere ai sanremesi una dura reazione dei genovesi. Per rimediare fu convocato il parlamento cittadino, ossia l’assise dei capifamiglia, richiamata dal rituale grave suono del campanone. Al suono dei solenni rintocchi di Bacì, il popolo accorse numeroso e decise di chiedere l’annessione della città al Regno di Sardegna, al fine di ottenere la conseguente protezione armata nei confronti di Genova. Annessione e protezione armata non furono concessi e quindi iniziò la mobilitazione dei sanremaschi che si preparavano al peggio. La reazione genovese non si fece attendere: all’alba del 13 giugno 1753, lunedì di Pentecoste, la flotta della Repubblica di Genova, comandata dal Generale Agostino Pinelli, fu avvistata al largo delle coste sanremesi. Poco solenne e ben più concitato fu certo il suono del campanone battuto a martello in quel giorno quando Brigida Moreno, detta la galletta, unitamente ad altre donne, verosimilmente non meno vivaci, si introdusse nel campanile per chiamare a raccolta gli uomini e invitarli alla resistenza armata.

Passa dal campanile di San Siro un gesto che non è solo sconsiderato atto di ribellione al dominatore ma anelito di libertà ed autonomia e primo esempio, nella storia cittadina, di emancipazione e di patrio impegno politico al femminile, tanto più rimarchevoli perché espressi da una popolana un secolo prima del Risorgimento. Sappiamo che alla fine i genovesi riuscirono a sbarcare e ad occupare la città dopo averla bombardata. Questo gesto di ribellione della cittadinanza, non poteva essere tollerato dal governo della repubblica genovese e comportò quindi una pena esemplare quanto dura. Gli abitanti di San Remo furono duramente colpiti nelle loro persone con arresti, prigionie, proscrizioni, esilio, violenze e vessazioni di ogni tipo, e nelle loro sostanze con tassazioni, requisizioni, saccheggi e ruberie, tanto che la città in capo a pochi mesi risultò semideserta e impoverita. Particolarmente dure furono le persecuzioni e le vessazioni nei confronti delle famiglie dei più attivi promotori e sostenitori della rivolta. Tra questi non potevano mancare il campanile e il campanone colpevoli di aver dato voce alla ribellione e alla sommossa. Con chiaro gesto simbolico anch’essi vennero duramente puniti.

Il giorno 7 luglio 1753, ricorrenza di San Siro, proprio mentre era in corso la celebrazione del santo titolare, entrarono in chiesa le soldataglie corsesche del Pinelli che, in una sorta di castigo per contrappasso, per dirla come Dante, iniziarono la demolizione del campanile dopo aver fatto calare il campanone. La basilica e il campanile peraltro erano veterani di guerra: avevano già subito danni nel corso di una prima rivolta contro Genova avvenuta nel 1529. Successivamente l’edificio era stato colpito e danneggiato il 1° agosto 1678 per un bombardamentodella flotta francese nella guerra che opponeva Francia e Savoia alla Repubblica di Genova. Prima ancora la chiesa di San Siro era stata devastata dai soldati di Khayr al Din Hayreddin altrimenti noto come Ariadeno Barbarossa. È noto che nel 1543 i sanremesi, guidati dal podestà Luca Spinola, riuscirono a fermare una incursione dei turchi, guidati appunto da Ariadeno Barbarossa, fermandoli alle spalle della città ed infliggendo loro una sonora batosta in una epica battaglia che fu detta battaglia della Parà ossia della parata o arresto dell’incursione.

Ma il Barbarossa se la legò al dito e l’anno dopo ritornò a San Remo con l’intenzione di vettovagliare le sue navi. I sanremesi dovettero sottostare all’imposizione e prepararono i rifornimenti per evitare guai peggiori, ma il nuovo podestà sospettò a ragione che i turchi non si sarebbero limitati a ritirare le derrate e così fece trasportare al sicuro tutti gli arredi e gli oggetti preziosi della chiesa di San Siro, esposta alle incursioni perché fuori delle mura. I soldati del Barbarossa infatti penetrarono nella chiesa ma trovandola vuota e spoglia se la presero con gli altari che furono divelti e con mobili e suppellettili che furono distrutti. Altri danni ebbe poi a subire la chiesa e il campanile nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Ma torniamo alle imprese del Pinelli e alla rivolta del 1753. Il campanile rimase così mozzo, pressappoco all’altezza dei muri perimetrali della navata centrale, e il campanone fu portato, ma dovremmo dire deportato, a Genova insieme all’archivio comunale. Asportando l’archivio si toglieva alla città la consapevolezza della sua identità, asportando il campanone le si toglieva anche la voce. La vicinanza “ideologica” tra questa chiesa e le istanze di libertà della popolazione trova riscontro nel fatto che tra i numerosi arrestati, proscritti ed esiliati, forzati o volontari, figurano molti chierici e canonici. È significativo notare che quando il Senato di Genova per ottenere il rientro degli esiliati promulgò un condono, da esso furono espressamente esclusi 14 cittadini maggiormente attivi durante la rivolta e, tra questi, tre erano sacerdoti. La condivisione del sentimento di libertà e di autonomia nei confronti degli occupanti, da parte di questa chiesa e dei suoi reggitori, si manifestò anche in occasione della pretesa del governatore genovese Sauli, succeduto al Pinelli, di voler porre il proprio scranno al posto della cattedra vescovile. Il fatto che il Sauli, governatore civile e militare, volesse imporre la sua presenza anche nel presbiterio non fa che confermare quanto la chiesa, il prevosto e i canonici fossero ritenuti coinvolti nella ribellione e quindi meritevoli di subire questa umiliazione anche nello specifico ambito delle pratiche religiose. Non solo per ragioni di natura liturgica il prevosto di San Siro con tutto il Capitolo, interpretando l’insofferenza della popolazione, si oppose a questo ulteriore affronto ai sentimenti della città, cercando ed ottenendo l’appoggio del vescovo di Albenga. Ne seguirono persecuzioni che obbligarono alla fuga i preti della collegiata, la conseguente minaccia di scomunica da parte del vescovo al Governatore Sauli e l’interdetto, ossia la chiusura, di tutte le chiese della città che rimase così senza cura d’anime per quasi un anno. Le pesanti gabelle imposte da Genova fecero diventare insostenibili le decime sui prodotti della terra che i sanremesi pagavano al capitolo della chiesa perché provvedesse al mantenimento dell’edificio e al decoro delle funzioni. Risalivano ad antichi obblighi previsti dalle leggi carolingie confermati in epoche successive. Si trattava per lo più della quattordicesima parte del provento della coltivazione di lino, orzo, grano, erbaggi, vite e fichi. In quel momento di generale impoverimento della città il canonico Giuseppe Morardo si rese conto di quanto fossero diventate onerose queste consuetudini e quindi, con molta sensibilità sociale, si fece carico del problema e, con testamento del 1770, rogito notaro Geronimo Fabiano, destinò al Comune l’ingente somma di 50.000 lire affinché gli interessi su di essa maturati fossero destinati, in perpetuo, al Capitolo di San Siro a condizione che il comune aggiungesse di suo 1.500 lire. Alla sua morte, nel 1777, il testamento fu accettato dai vari soggetti interessati: Comune di San Remo, Parrocchia di San Siro, Parlamento della Città, vescovo di Albenga e Senato della dominante Repubblica di Genova. Da quel momento i canonici nulla ebbero più a pretendere dal Comune e le decime non gravarono più sui sanremesi.

È curioso constatare che l’unica autentica ed effettiva riduzione delle tasse che gravano sulla popolazione sanremese è dovuta all’autorità religiosa…, peccato non sia più stata imitata… È tutto scritto, nero su bianco, ed è inciso nel marmo della lapide posta sulla porta della navata orientale. Un’altra volta i Canonici del Capitolo si incaricarono di tenere alto il buon nome della città quando si sobbarcarono l’onere della fornitura delle palme di San Remo ai Palazzi Apostolici per le liturgie della Settimana Santa. È noto che nel 1586 la famiglia Bresca aveva ottenuto il privilegio della fornitura delle foglie di palma ma col trascorrere del tempo, non era stato più possibile mantenere l’impegno. Per non far sfigurare la città di San Remo, della cosa si era fatto carico il Capitolo dei Canonici di San Siro, e così fu per almeno duecento anni e fino a pochi decenni orsono. Sovente infatti all’attaccamento a questi alti valori si sommava un aspetto pratico di pubblica utilità che va ricordato perché rimanda al nostro passato anche recente. È di nuovo il caso del campanone, di cui si è già parlato, e dell’orologio e anche questa volta i rapporti tra autorità secolare e chiesa, come al tempo del Sauli, non sono idilliaci.

È interessante la querelle sorta ai primi del novecento tra il sindaco Augusto Mombello e il parroco di allora mons. Giacomo Lombardi a proposito del campanone. Bisogna sapere che il sacro bronzo requisito dai genovesi nel 1753 dopo molti anni fu restituito alla città ma nel frattempo, forse in occasione del suo smantellamento, si era fessurato e produceva suono fesso. Nel 1879 il Comune aveva provveduto, a sue spese, a far fondere nuovamente il metallo per produrre una nuova campana, quella attuale, facendosi carico delle spese in virtù dell’uso pubblico del campanone a servizio dell’orologio e delle convocazioni del consiglio comunale. Nella delibera che stanzia duemila lire per le spese di fusione si legge: “Il campanone è di proprietà del Comune e serve all’orologio pubblico. Ma essendo rotto dà suono fioco e sgradevole e non lascia sentire bene le ore”. Nel 1904 il sindaco Augusto Mombello, primo sindaco socialista in Italia e fervente mangiapreti, intimò al prevosto di far suonare il campanone per il corteo del 1° maggio, festa dei lavoratori, ottenendo però un fermo rifiuto motivato dal fatto che, a parere del parroco, l’uso del campanone doveva essere riservato alle solennità religiose. Si andò per vie legali e il tribunale accolse la tesi del prevosto, secondo il principio libera chiesa in libero stato, anche se, a pensarci bene, forse il sindaco tutti i torti non li aveva… In effetti anche il funzionamento dell’orologio, di cui si faceva carico il comune, era destinato più ad uso pubblico che liturgico o religioso. Il suono delle campane a servizio delle celebrazioni religiose si basava su un preciso codice comunicativo per “annunciare la messa”, o il vespro o vari altri momenti come le agonie, la vigilia di una solennità, prescindendo quindi dalla necessità di dover battere le ore. La necessità di scandire il tempo era diventata sempre più necessaria e funzionale allo svolgimento dell’attività sociale ed economica della città, che andava facendosi sempre più complessa, frenetica e sempre più dipendente dalle lancette dell’orologio, in un periodo in cui praticamente non esistevano altri modi per conoscere l’ora corrente. Vediamo un aspetto tipico della nostra zona.

Nei secoli scorsi, e fino a qualche decennio fa, San Remo era circondata da terreni ortivi e da agrumeti irrigati da numerosi piccoli canali di irrigazione comunemente chiamati beodi, che derivavano l’acqua dai torrenti e che servivano anche i numerosi molini, frantoi e lavatoi. Nell’arco della giornata il diritto di usufruire dell’acqua, sempre scarsa, aprendo o serrando le chiuse dei beodi, era ripartito fra i vari utenti in base ad un calendario settimanale, giornaliero ed orario. I rintocchi dell’orologio erano quindi indispensabili agli agricoltori per usufruire correttamente del tempo ad ognuno concesso. È dall’utilità civile dell’orologio, collegato alle campane, che storicamente trovava giustificazione, a San Remo, come in quasi tutti i comuni d’Italia se non d’Europa, il contributo che  l’amministrazione civica versava alla parrocchia alla voce “Spesa per l’orologio”.

Anche le guerre moderne videro il campanile protagonista delle vicende: su questo campanile fu issato il tricolore, tra lo scampanio a distesa, per dare alla cittadinanza il primo annuncio della fine della prima guerra mondiale nel 1918. Su questo campanile danneggiato dai bombardamenti, nella primavera del 1945, ad opera di Gino Guglielmi e altri volonterosi, furono issate lenzuola bianche per segnalare alle navi francesi che la città era stata ormai sgomberata dai tedeschi e che quindi potevano essere sospesi i quotidiani bombardamenti dal mare. Per dovere di cronaca c’è da precisare che, per quel giorno ancora, una bordata di cannonate, l’ultima, si abbatté sulla città e, ironia della sorte, distrusse la casa del presidente onorario della Famija Sanremasca Giacomo Casabianca. Le prove della simbiosi, dell’intreccio, della contiguità di prassi e di pensiero, tra questo edificio sacro e la società civile sanremese trovava manifestazione e sintesi nello stemma della città che era apposto sull’arco del presbiterio dove rimase fino ai primi anni del 900. Lo stemma è ancora riscontrabile sullo schienale della cattedra del vescovo, la stessa che nel 1753-54 il governatore genovese Sauli voleva sostituire con la sua poltrona, ed è ancora visibile alla base della statua di san Romolo, defensor civitatis, situata nell’attiguo battistero di S. Giovanni. Con soddisfazione ed orgoglio lo possiamo ritrovare nel nuovissimo stemma della basilica ideato dall’amico Ernesto Porri, sempre attento alla veridicità della tradizione.

Fino a pochi decenni orsono il campanile, la chiesa e piazza S. Siro erano punti di riferimento per i sanremaschi anche nella minuta quotidianità. Erano i tempi in cui la domenica a mezzogiorno, tornando a casa dopo la messa, oltre al prolungato suono festoso delle campane si sentiva il profumo di sardenaira e di sugo di coniglio che proveniva dalle cucine del quartiere. Ora questi profumi non si sentono più, e l’uso delle campane è stato drasticamente ridotto anche nelle ore diurne e ancora, ogni tanto, si leva qualche voce che vorrebbe farle tacere del tutto, perché disturbano o perché non è politicamente corretto. Ma non ha taciuto il campanone, nonostante l’ora insolita, la sera del 19 settembre 2013, quando ha fatto sentire la sua possente voce per chiamare i cittadini, ancora una volta, a difendere la città. Non chiamava per la difesa da una incursione dei saraceni o dei soldati genovesi ma per partecipare alla manifestazione organizzata dagli ordini forensi per scongiurare la chiusura del tribunale di San Remo. Quella sera il campanone ha suonato a lungo, e la sua voce greve ha messo in allarme qualche cittadino che ha telefonato in parrocchia chiedendone la ragione. Qualcuno si è infastidito per il suono. Ha suonato a lungo, ha chiamato, chiamato… ma troppo pochi sono accorsi. E il tribunale ora non c’è più. Portato via. Come il campanone di un tempo. Abbiamo voluto ricordare queste storie per non perdere di vista il nostro passato, la nostra storia, per ricordare, detto senza alcuna velleità filosofica, da dove veniamo e per non smarrire completamente la personalità e l’identità stessa della nostra città e l’orgoglio dell’appartenenza.

Non deve pertanto meravigliare, né tantomeno scandalizzare, se talvolta, come in questo frangente, siamo stati chiamati, come privati o come collettività, a contribuire all’esecuzione dei restauri. Se non ci sentiamo spinti da motivi religiosi, se non ci sentiamo attratti da aspetti architettonici ed artistici, pensiamo allora, come cittadini sanremaschi al significato simbolico e al ruolo che questi edifici hanno svolto nel formare l’identità, la storia e la cultura della nostra città. Non vogliamo fare esercizio di polemica ma di memoria, di memoria e di cultura: della elegante e vivace città di fama mondiale che ricordavamo quando eravamo bambini, in questi ultimi decenni, non abbiamo perso solo il profumo di coniglio e di sardenaira, abbiamo perso le meravigliose ville liberty con i loro sontuosi e rigogliosi parchi, il tiro a volo, la funivia, il tribunale… Ci è rimasto San Siro.

Testo tratto dal volume: “San Siro chiesa della città. Genesi e storia dei restauri” disponibile in sacrestia lasciando un’offerta

Foto storiche di Franco Sandri, Quaranta – Sanremo

Si ringrazia Ernesto Porri per la gentile concessione del materiale

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