SAN SIRO: IL RESTAURO

Foto Fotoflash – Sanremo

Il restauro completato nel 2015

di Roberta Viero

Il restauro della Basilica di San Siro ha completato una serie di interventi di conservazione recentemente attuati sugli edifici di pregio che si affacciano su Piazza San Siro: il Battistero di San Giovanni, l’Oratorio dell’Immacolata Concezione, le Case Canoniche.

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Dall’urgenza primaria di riparare definitivamente il tetto, che già da anni aveva iniziato a dare segni di cedimento, è nata l’esigenza di predisporre un progetto che prevedesse un intervento definitivo, perché fino ad allora erano stati eseguiti interventi di semplice sigillatura delle ardesie o mediante la stesura di malta impermeabilizzante che non avevano interrotto il processo di degrado. La necessità di avvalersi di ponteggi in corrispondenza delle facciate della chiesa ha suggerito l’opportunità di attuare contemporaneamente anche una pulizia ed un riordino delle murature esterne. La Soprintendenza delle Belle Arti e Paesaggio della Liguria ha richiesto che il progetto venisse esteso all’intero edificio e prevedesse la sostituzione del manto di copertura dell’abside, in tegole marsigliesi, con l’ardesia. A questo punto non si poteva escludere dall’intervento il campanile, simbolo ben visibile e riconoscibile di tutto il complesso, particolarmente degradato e sul quale sarebbe stato difficile operare in una fase successiva poiché emergente direttamente dalla navata laterale della chiesa. Nel 2012 era già stato redatto il progetto e aveva ottenuto l’approvazione della Soprintendenza competente, ma prima della realizzazione si è dovuto affrontare l’aspetto economico. Insieme a Mons. Alvise Lanteri Prevosto di San Siro, abbiamo predisposto la documentazione per varie richieste di contributi. Le risposte positive di CEI e Fondazione Carige, anche se non sufficienti a coprire l’intera spesa preventivata, hanno consentito di affrontare la fase esecutiva determinando le date di inizio e fine cantiere.

Il programma dei lavori prevedeva:

• il rifacimento totale delle coperture della navata centrale, di quelle laterali e la pulitura delle relative murature in pietra, come prima fase;

• una seconda fase avrebbe interessato il campanile;

• gli ultimi interventi sarebbero stati eseguiti nella zona corrispondente all’abside, con la sostituzione totale del tetto, il recupero degli intonaci e le tinteggiature.

L’impresa alla quale sono stati affidati i lavori (EdilMatuzia Srl), aveva inserito nell’offerta presentata in sede di appalto una prova di pulitura della parete interna di controfacciata. Eseguito questo lavoro con buoni risultati e avendo la disponibilità dei ponteggi interni, si è esteso l’intervento di conservazione all’interno. I lavori iniziati nel luglio 2014 sono durati poco più di un anno; in meno di dodici mesi sono state completate tutte le opere esterne, nonostante i disagi e le interruzioni causati dal maltempo.Si è riusciti così a portare a termine un restauro globale dell’edificio.

Alcuni numeri per comprendere le dimensioni del cantiere: sono stati impiegati 3.000 mq diponteggio solo all’esterno, di altezza massima 20 metri per quanto riguarda la chiesa e 42 il campanile; sono stati rifatti 1.000 mq di copertura in ardesia in triplice strato, e ripulite, solo all’esterno, 2.700 mq di murature (circa 1.400 mq in pietra e 1.300 mq intonacate).

Nel corso dei lavori, la prima verifica interessante è stata quella relativa alla struttura del tetto delle navate: in un primo sopralluogo, ancora in fase di allestimento dei ponteggi, ho avuto la conferma del fatto che la copertura lignea, visibile all’interno, fosse il tavolato sul quale, poggiate su un abbondante letto di malta, erano poste direttamente le lastre di ardesia della copertura. Questo spiegava i problemi del tetto e comportava la necessità di predisporre elementi sottostanti, e quindi all’interno della chiesa, per la sicurezza: ponteggi in corrispondenza delle navate laterali e una rete di sicurezza in corrispondenza della navata centrale. Rimosse le vecchie coperture in ardesia, anche il tavolato riservava una sorpresa: tutti i testi indicavano l’impiego del larice (probabilmente riferendosi ad una situazione precedente), invece il falegname, Renato Zunino, ci ha aiutato a riconoscere il legno di castagno e ad individuare, come causa dell’ammaloramento di alcune assi, il fuoco, forse dovuto ad un evento bellico. Abbiamo sostituito (ovviamente utilizzando il legno di castagno) solo gli elementi peggio conservati e quelli il cui stato poteva far intendere la possibilità di un successivo maggior degrado: infatti avevamo previsto di posare direttamente sul legno solo una guaina traspirante, mentre le nuove lastre di ardesia sarebbero state sostenute da una doppia listellatura gravante direttamente sulle travi della struttura. In questo modo, e verniciando opportunamente le assi sostituite, siamo riusciti a conservare inalterato l’aspetto estetico interno e a distribuire meglio il maggior peso delle ardesie, posate in triplice strato, come vuole la buona tecnica genovese. Gli elementi di copertura in ardesia (abbadini) sono state realizzate “su misura”, sia per dimensioni che per spessore e uguali a quelle esistenti. Nel corso dei lavori si è evidenziata anche la necessità di ovviare a fenomeni di condensa e conseguentemente,n grazie soprattutto all’ingegno del direttore di cantiere (arch. Mauro Conio), siamo riusciti a realizzare un sistema di ventilazione della copertura efficace, ben inserito nel contesto e chenon comportasse la modifica delle quote del tetto. La pulizia delle murature in pietra, come previsto in un intervento di restauro, doveva eliminare sporco e macchie, ma non intaccare la patina dovuta al tempo che ha dato alla pietra grigia delle facciate, probabilmente proveniente dalla cava di Verezzo, un caratteristico colore dorato. Le cause del degrado delle murature erano diverse: l’inquinamento atmosferico (precedentemente la piazza era anche carrabile e ospitava un parcheggio) con deposito di polveri e croste nere, il dilavamento delle acque meteoriche, a causa delle pessime condizioni del tetto, e la presenza di guano di piccioni e altri volatili. Sui muri si erano diffusi muffe e muschi e da alcuni giunti fra le pietre spuntavano piante infestanti fra le quali la “gambarossa”.

La restauratrice, Raffaella Devalle, con scrupolosità ed attenzione, ha trattato ogni centimetro quadrato di superficie, anche quello più nascosto: dopo la spazzolatura per rimuovere la polvere e lo sporco superficiali, ha applicato impacchi di cellulosa e carbonato d’ammonio. I materiali da impiegare e i tempi di posa sono stati scelti in base a prove effettuate su una piccola porzione della muratura e valutando i risultati ottenuti. La rimozione degli impacchi è stata seguita dal lavaggio della muratura mediante acqua desalinizzata; le macchie più resistenti sono state ulteriormente spazzolate; infine è stato applicato un prodotto antivegetativo. È stato necessario rimuovere alcune integrazioni cementizie incoerenti e sostituirle con materiale idoneo. Lavorando sulle murature ed osservandole da vicino, abbiamo trovato in esse il riscontro della storia dell’edificio, letta sui libri ed anche qualche notizia in più. Sulle pareti erano leggibili le tracce della vita dell’edificio: le facciate laterali sono riconoscibili come più antiche dal tipo di lavorazione della pietra, mentre grandi tamponature individuano la posizione delle finestre della fase barocca. I portali laterali si riconoscono come elementi aggiunti, probabilmente di reimpiego, con elementi scultorei decorativi (datati dagli storici XI e XII secolo), ma anche con integrazioni di epoca più recente. La pietra della facciata principale, presenta un tipo di lavorazione diversa, più rifinita, denunciando quindi la sua ricostruzione in epoca più recente (intorno al 1900), successivamente all’eliminazione di quella barocca. In essa sono stati impiegati anche elementi di recupero (e forse originari della costruzione) come parti delle due bifore.

Alcuni elementi hanno richiesto un impegno particolare, ma la loro pulizia ha dato un notevole risultato: il rosone, che ha recuperato i colori originari del marmo (bianco e rosa); il mosaico, perfettamente conservato sotto la patina di polvere; il protiro e la facciata principale, con i particolari elementi decorativi apotropaici (elementi vegetali, ma anche zoomorfi e antropomorfi); i portali laterali, in quello mdi sinistra è da notare l’utilizzo di pietre di diverso colore, bianco e grigio a fasce. mÈ stato interessante poter documentare ed osservare da vicino gli elementi che svolgono il ruolo di peducci a sostegno degli archetti pensili che corrono lungo tutto il perimetro, come sottogronda. Sono elementi curiosi ed affascinanti, propri della cultura medievale, con valore apotropaico, cioè per tenere lontano il male: volti umani e teste di animali (arieti, conigli, un maiale collocato quasi al colmo della facciata principale), elementi di forma geometrica o del mondo vegetale, distribuiti in modo apparentemente casuale; alcuni simili, altri unici, alcuni più rifiniti, altri quasi solo rozzamente abbozzati. In fase di pulitura, è stata una sorpresa inaspettata scoprire che i più antichi, quelli “originali”, appartenenti alle facciate laterali e a quella verso est, siano stati realizzati in pietra bianca, in contrasto quindi con la muratura grigia dell’edificio.

Il campanile, prima dei lavori era forse uno degli elementi in peggior stato di conservazione; appariva dilavato, privo di colore e coperto da muffe e colature, anche a causa della mancanza e del degrado delle copertine di ardesia del coronamento, delle volute e delle cornici. Ricordavo di aver visto, da ragazzina, il campanile con specchiature colorate, dopo un restauro; ero rimasta colpita dalle tinte decise e mi era stato spiegato che apparteneva ad un’epoca diversa rispetto alla chiesa e per questo aveva unaltro stile. È stato emozionante ritrovare le tracce e poi una foto a colori di quelle pitture del 1975, poco documentate anche perché dilavate già pochi anni dopo, a causa dell’utilizzo di prodotti per il fondo e la finitura non compatibili fra loro.

Sono stati effettuati piccoli consolidamenti ed integrazioni della muratura, tutte le superfici sono state spazzolate manualmente per asportare uno strato scuro dovuto alla crescita di microorganismi. È stato relativamente semplice, sulla base della foto ma soprattutto dei frammenti ancora presenti, ricomporre il disegno e l’effetto cromatico originale.Sono stati effettuati saggi sugli strati pittorici e prove di colore e le cromie sono state ricomposte con velature di tinte molto fluide, applicate a più mani. Sono stati sostituiti alcuni elementi in ardesia, quali piane e copertine. La copertura del campanile, altro elemento particolare e molto suggestivo, a scandole (squame) in ceramica smaltata verde, si è conservata integra ed il restauro si è risolto in una semplice pulitura ed alcune integrazioni della finitura colorata. Anche se la parte superiore del campanile, svettante e colorata, é forse quella che più attrae l’occhio e caratterizza il sito, particolarmente interessante a livello storico è la parte inferiore in pietra, nella quale si riconoscono due diverse lavorazioni. In questo caso l’intervento è stato puramente conservativo. I lavori esterni si sono conclusi con il restauro della zona dell’abside, risalente all’epoca barocca,  con pareti intonacate. Il tetto dell’abside, non visibiledall’interno per la presenza della volta in muratura, è stato totalmente rimosso allo scopo di sostituire le tegole con lastre di ardesia. È stata montata una nuova struttura in legno di larice, adatta a sostenere il peso del nuovo materiale. La parte terminale, semiconica, é stata risolta mediante la suddivisione in sei spicchi e colmi in coppi. Le murature dell’abside sono state trattate come le parti intonacate del campanile e ritinteggiate, previa pulizia, ripristino degli intonaci, saggi sugli strati pittorici e prove di colore. Sono state pulite le ardesie che costituiscono piana ed architrave dei finestroni del coro. Sono state riproposte le cornici intorno alle bucature, di cui erano visibili alcuni brani di tinta residui. Il disegno di tale decorazione era riconoscibile direttamente tramite incisioni degli intonaci.

La presenza delle impalcature ha permesso di raggiungere ogni parte dell’involucro ed intervenire su altri elementi quali:

• le finestre che sono state restaurate, mediante la sostituzione di alcuni parti in legno ammalo rate e di alcune grate di protezione, la revisione e pulizia dei vetri, la sostituzione dello stucco con fermavetri, la ritinteggiatura dei telai e delle grate;

• l’impianto elettrico: sono stati eliminati elementi inutilizzati e vetusti, predisposta una nuova illuminazione interna ed esterna idonea e adatta all’edificio (ad opera di Mauro Parrini);

• le linee vita: è stato predisposto un progetto per l’accessibilità e la manutenzione in sicurezza del tetto e delle parti esterne dell’edificio; sono stati posizionati cavi in acciaio in  corrispondenza del colmo e delle navate laterali e predisposto un accesso dal campanile mediante scale metalliche posizionabili all’occorrenza;

• dispositivi antipiccioni: per impedire il danneggiamento delle murature procurato dal guano dei volatili sono stati installati dissuasori e, in particolare, cavi a bassa tensione (sulle cornici e sugli melementi lineari raggiungibili dalla rete elettrica) e barre con aghi in policarbonato; sono state ripulite e ridimensionate le buche pontaie dalle quali si é voluto eliminare la nidificazione dei piccioni. Sono stati in particolare lasciati a disposizione dei rondoni alcuni interstizi nella muratura della torre campanaria e della facciata verso est.

Gli interventi relativi allo spazio interno sono quelli che hanno messo in evidenza le maggiori discontinuità delle pareti, causate dai rimaneggiamenti conseguenti al mutamento dello stile. Abbiamo ritrovato immagini d’epoca, fotografie e cartoline a testimonianza di un interno barocco del tutto diverso dall’attuale, che ci hanno fatto comprendere i segni, le integrazioni, le differenze di materiale e le discontinuità delle superfici incontrate intervenendo sul manufatto. Sono leggibili sulle pareti, oltre le tamponature delle aperture, anche le tracce lasciate dagli altari delle navate laterali, del cornicione che correva a perimetro della navata centrale e sulla quale si impostava la volta. Ad elementi interessanti, come i costoloni della volta a crociera, in pietra, erano affiancate integrazioni in materiale cementizio, disegnate a finta pietra e colorate con ossidi in diverse tonalità. Il restauro, in questo caso, si è limitato al consolidamento, alla pulizia e a parziali velature a base di grassello di calce. Tutte le superfici lapidee sono state trattate mediante impacchi di cellulosa o sepiolite con carbonato di ammonio. Durante le lavorazioni richiedenti l’utilizzo di prodotti chimici volatili sono state sospese le funzioni liturgiche e l’edificio è stato chiuso al pubblico. Particolare impegno ha richiesto l’eliminazione del deposito di grasso e di cera dalle pareti.

Grazie ai ponteggi interni è stato possibile revisionare la parte inferiore, a vista, del tavolato della copertura ed integrare i listelli coprigiunto. Si è approfittato della presenza del cantiere per mettere in sicurezza e pulire le vetrate dell’abside, raffiguranti San Siro e San Romolo. La ditta che ha curato questo aspetto, Grigoletto Glass Technology, ha utilizzato anche una speciale colla trasparente fissata con raggi UV per riparare i vetri rotti, conservando così le cromie e i dipinti originali. Questo intervento è visibile, a distanza ravvicinata, in corrispondenza di una mano della figura di San Siro. Per quanto riguarda le finestre delle navate è stato interessante notare come il semplice disegno a rombi dei vetri non sia sempre uguale, come dimensioni, e come questo fatto si sia percepito solo accostando materialmente gli infissi, per pulirli. Scrivendo queste righe e riguardando le fotografie, mi rendo conto di quanto lavoro sia stato svolto, di quali problemi siano emersi e di come il buon “lavoro di squadra” li abbia potuti e saputi risolvere via via. I lavori hanno richiesto il continuativo impegno ed il coordinamento dell’impresa affidataria, di maestranze specializzate, dei tecnici preposti a vigilare sul cantiere e dirigendo lo svolgersi delle opere. La collaborazione tra tutti gli addetti al cantiere – progettisti ed operatori materiali – è stata certo una delle prerogative più significative del restauro di San Siro, al di là delle professionalità specifiche di ognuno. In particolar modo ho sempre potuto contare sulla totale disponibilità degli altri tecnici, gli architetti Mauro Conio, Piero Gonella e il geom. Giorgio Trucco e la restauratrice Raffaella Devalle.Nel corso dei lavori sono stati eseguiti vari sopralluoghi da parte della Soprintendenza, e precisamente dall’arch. Roberto Leone, funzionario incaricato di zona e responsabile del procedimento, per verificare quanto eseguito e concordare le lavorazioni in sinergia con la direzione dei lavori. Fondamentale è stato anche il ruolo della committenza, nella persona di Mons. Alvise Lanteri, che con estrema attenzione ed attiva partecipazione ha seguito tutte le fasi del cantiere.

Mi è sembrato utile e doveroso ricordare tutti gli interventi realizzati, soprattutto per farne partecipe chi non ha seguito l’iter dei lavori ma oggi vede ed apprezza il risultato finale. “Ristrutturare un edificio storico non si limita ad una somma di operazioni, ma consiste in una ricerca più ampia ed interdisciplinare che precede, ma soprattutto accompagna e segue l’intervento”: questa frase (conservata negli appunti delle mie lezioni universitarie e della quale non conosco la fonte) sintetizza perfettamente l’esperienza concreta che ha rappresentato per me curare e dirigere i restauri della Basilica di San Siro, il lavoro più interessante, impegnativo ed entusiasmante realizzato negli ultimi anni. In fase progettuale ho potuto attingere alla documentazione che già nel corso degli studi o per interesse personale avevo raccolto e dalla quale avevo ricavato le notizie circa gli interventi e le trasformazioni che nel corso del tempo aveva subito la Basilica, fondamentali per la fase esecutiva. In particolare mi sono state utili alcune tavole grafiche: quelle del progetto di Antonio Capponi del 1898 e quelle allegate al progetto del Gussoni per i lavori di consolidamento di una colonna eseguiti nel 1948.

Ugualmente interessante è stata la fase del rilievo e della documentazione dello stato di fatto: osservare l’edificio, fotografarlo nel dettaglio, accedere al campanile e al sottotetto dell’abside mi ha permesso di evidenziare criticità che non avevo prima rilevato. Ho compreso che avvicinarsi ad un edificio storico per ristrutturarlo è fondamentalmente un lavoro di conoscenza, basato non tanto su quello che si tramanda, si è scritto o si dice su di esso, ma soprattutto su tutto ciò che il monumento tramanda e dice, su se stesso e sulle testimonianze che si possono leggere direttamente su di esso. Nel corso dei restauri infatti, pur avendo raccolto molte informazioni sull’oggetto di intervento, considerato i criteri con cui operare e scelto le soluzioni tecniche da adottare, ho acquisito sempre più la consapevolezza di avere di fronte un organismo non omogeneo, oggetto di precedenti modifiche e trasformazioni e con un equilibrio e una connessione fra le parti che costituiscono la sua unicità e complessità. Alcune volte mi sono trovata a guardare la chiesa di San Siro come fosse un “grande vecchio”, un organismo vivente da curare con estrema attenzione e cautela, intervenendo, all’occorrenza, anche con decisione e con l’impiego di nuove tecnologie e materiali, ma sempre rispettando i segni del tempo, eseguendo prove e monitorando costantemente le reazioni e gli effetti. L’intento che ci siamo prefissi infatti e che, giunti al termine, consideriamo riuscito è stato quello di realizzare un restauro conservativo: operare con tecniche e materiali assolutamente attuali ma rispettosi dell’antico, con la finalità di restaurare gli elementi originari dell’edificio ma soprattutto di conservare i segni e le tracce dei diversi interventi che si sono sovrapposti al primo impianto e che ne hanno determinato l’aspetto attuale. Da un lato si è cercato quindi di restituire all’edificio un’immagine omogenea e fortemente caratterizzata; dall’altra non sono state cancellate le discontinuità, gli elementi unici e singoli, le integrazioni che consentono di individuare le stratificazioni storiche ed i mutamenti stilistici da esso subìti. Non è possibile impedire le naturali alterazioni dei materiali e l’effetto del tempo, ma spero che i restauri realizzati contribuiscano a consegnare alle prossime generazioni un monumento storico fondamentale per la nostra città, segno della nostra tradizione, ma anche della nostra cultura e della nostra fede.

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Testi e foto dei lavori tratte dal volume: “San Siro chiesa della città. Genesi e storia dei restauri” disponibile in sacrestia lasciando un’offerta

Si ringrazia per la concessione del materiale: Ernesto Porri

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