3/Rubrica “Arte, figure, ombre, ricordi”

Don Luigi Aichino (1928 – 2000)

“Un burbero benefico”

Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. (Gv. 13, 4-5)

di Ernesto Porri

Era la vigilia della Solennità della Madonna del Rosario, un momento forte ed importante per la parrocchia  di San Siro e in quell’inizio di autunno del 1981 si stava concludendo uno dei tanti capitoli della sua millenaria storia. Dopo trent’anni di servizio Mons. Pasquale Oddo (1906 -1993) lasciava il timone della Parrocchia e veniva chiamato un sacerdote cresciuto a Sanremo, che aveva studiato nella città dei fiori e che aveva maturato la sua vocazione sacerdotale nelle luminose giornate matuziane.

Don Luigi Aichino veniva trasferito da Riva Ligure a Sanremo, nella Parrocchia più importante della Diocesi. In quella vigilia toccò proprio a chi scrive preparare il comunicato da leggere ai fedeli e quel comunicato è ancora conservato nel volume della cronistoria della Parrocchia. Lo riprendo in mano e leggo la chiusura del comunicato: “In questo momento nel quale si rendono noti questi importanti eventi, ci rivolgiamo alla Vergine Maria Regina del Rosario e al suo diletto Figlio il Nostro Signore Gesù Cristo affinché continuino ad assistere Monsignor Oddo e Don Lupi che hanno proclamato con efficacia la Parola di Dio e il nuovo Canonico Prevosto della Concattedrale di San Siro che sta per iniziare il suo ministero pastorale in questa nostra Comunità Parrocchiale”. Avevo scritto quel testo con un poco di rammarico perché avrei voluto vedere un altro sacerdote in quel ruolo, ma mi era stato richiesto quel servizio e quindi composi quelle righe che presentavano alla Comunità Parrocchiale i cambiamenti voluti dal nostro vescovo Mons. Angelo Raimondo Verardo o.p.

A rileggere quel testo di 38 anni fa si nota come quella Comunità fosse veramente una comunità viva e come vivesse quell’importante momento. Si legge tra le righe il rimpianto per la conclusione del ministero di Mons. Oddo durato trent’anni, rimpianto dovuto al segno lasciato da quel sacerdote che proveniva da Buggio, un paesino dell’alta val Nervia, nel comune di Pigna. Un segno che in noi giovani adulti era rimasto vivo e forte, una fede proposta come modo di vivere e di stare in mezzo alla società civile. Un esempio di virtù civili illuminate dal Vangelo di Gesù. Ma quel rimpianto per il sacerdote che chiudeva il suo servizio era illuminato dalla speranza e certezza che il successore sarebbe stato un maestro valido, lui che era conosciuto in tutta la Diocesi per la sua grande spiritualità, per la sua capacità omiletica e per il delicato compito di Direttore Spirituale dei chierici del seminario diocesano. In questo delicato ruolo favorì la vocazione al sacerdozio di alcuni giovani della nostra Chiesa locale.

Don Luigi,  nato a Casale Monferrato nel 1928,  giunse nella Città dei Fiori insieme alla propria famiglia nel 1935. La pasticceria di mamma Maria Quartero e di papà Mario in via Mameli di fronte all’ingresso del Teatro principe Amedeo era molto conosciuta. Luigi con il fratello Franco frequentarono le scuole della città e Luigi si diplomò ragioniere. Il futuro Parroco di San Siro sentì la chiamata del Buon Pastore all’età di 22 anni ma prima provò l’esperienza comunitaria dei figli di sant’Ignazio di Loyola, poi entrò nel seminario Arcivescovile di Genova e fu compagno di studi, perchè coetaneo, di Giacomo Barabino che nel 1988 venne nominato vescovo di Ventimiglia – San Remo dopo essere stato stretto collaboratore del Cardinale Giuseppe Siri dai primi anni 60. Lasciato il seminario di Genova concluse gli studi nel seminario diocesano di Ventimiglia a Bordighera e nel 1954 il 27 Maggio venne ordinato sacerdote.

Il prevosto emerito mons.Pasquale Oddo, il Parroco don Luigi Aichino con il vescovo Mons. Giacomo Barabino

La Comunità parrocchiale di San Siro accolse quella nomina con rispetto e disponibilità e visse il passaggio delle consegne con grande partecipazione. Il solito libro della cronistoria ci narra i vari passaggi: Mons. Verardo firma le nomine il 1 settembre 1981, i primi giorni di ottobre dello stesso anno viene dato l’annuncio, il 17 gennaio 1982 gennaio si saluta il Parroco uscente e la Domenica 24 gennaio 1982 si accoglie don Luigi Aichino.

Un susseguirsi di celebrazioni e di momenti forti per la Parrocchia, tutti molto partecipati dai parrocchiani e dall’intera Città e in quei tempi ormai lontani era facile poter vedere San Siro colma di fedeli!

Celebrazione della presa di possesso canonica del prevosto di San Siro

Il nuovo parroco deve subito confrontarsi con una attività pastorale molto dinamica e sfaccettata, ricca di fermenti e iniziative, tutte realtà che sino a quel momento erano state proposte e sostenute dal Vice Parroco e da un nutrito gruppo di laici che collaboravano nei vari settori. Per don Luigi, abituato alla vita meno convulsa della precedente parrocchia, fu sicuramente un impatto forte e causa di affaticamento e stress. Solo nelle due pagine di cronistoria del 1982 trovo tanti eventi, incontri, celebrazioni diocesane, catechesi.  Poi c’era la quotidianità, che a prima vista sembra una cosa risolvibile semplicemente, ma poi diventa un motivo di apprensione per poter svolgere i normali uffici: le messe, i sacramenti, i funerali, il colloquio con i fedeli che chiedono di poter parlare e tanto altro. Don Luigi nei primi tempi faticò non poco a seguire anche solo in parte la vita della Comunità. Dopo pochi mesi subì un fatto cardiaco che poi lo condizionò molto nel corso dei suoi anni a San Siro. Il carattere lo aiutava molto nell’affrontare le varie questioni e riusciva così a scrollarsi di dosso il peso di un’attività pastorale che lui faticava a comprendere. Certamente non era un organizzatore e per lui l’efficientismo era quasi un  nemico e mal sopportava “i pimpanti e gli emergenti”. Quel sacerdote, pio e schivo, però, possedeva nella sua cultura uno strumento eccezionale. Essa, infatti, era data da una profonda conoscenza della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa ed il suo continuo leggere sia autori spirituali classici che moderni, lo avevano portato a crearsi una sorta di corazza difensiva, che però veniva dismessa nell’atto della direzione spirituale, delle confessioni e delle catechesi. Don Luigi aveva il dono della capacità di spezzare la Parola di Dio per fartela capire. Oggi, che la Lectio Divina è proposta in tantissimi casi come momento di crescita personale e comunitario, comprendo e ricordo con nostalgia i suoi interventi brevi, puntuali e preziosi. Citare i Padri e i maestri di spiritualità come lui sapeva fare non era un’ esibizione di cultura ma era un modo per agganciare l’attenzione dei presenti e  poter offrire una nuova visione di quel brano della Scrittura che lui spiegava. 

Celebrare l’Eucaristia dava il senso alla sua esistenza, il suo incedere lento, i gesti pacati, la sua voce grave e nel contempo potente facevano della Messa, anche quella feriale, una celebrazione solenne. Lui era un Pastore che guidava il gregge, lo conduceva in tutto, dalle cose importanti a quelle più semplici. Come non ricordare quando nel corso delle celebrazioni “forzava” la proclamazione delle preghiere comunitarie, come Il Gloria o il Credo, e cercava di fare recitare le preghiere lentamente in modo da comprenderne il significato e non recitarle meccanicamente e senza cuore.  Il Giovedì santo, sin dalla prima settimana santa a San Siro, volle “mimare” i gesti di Gesù. Venne letto con solenne cadenza il brano di Giovanni che descrive la lavanda dei piedi. Ad ogni gesto descritto corrispondeva lo stesso gesto del Parroco. Don Luigi con il cuore illuminato dalla fede nel Cristo che soffre,  che morirà e gloriosamente risorgerà voleva, così facendo, trasmettere il messaggio di salvezza del Cristo redentore dell’uomo.

Quante persone venivano a San Siro per ascoltarlo! L’ambone  era il luogo da lui prediletto per l’ Evangelizzazione e se forse, la Pastorale, era il suo limite, durante l’Omelia lui veramente si elevava, prendeva il posto di maestro e “ruminava” la Parola di Dio e ciò lo rese sacerdote molto ascoltato e molto stimato.

Nel corso degli anni, con il suo stile semplice ma deciso, apportò modifiche alla pastorale eliminando cose che lui non reputava necessarie. Ridusse infatti gli incontri di programmazione e di gestione comunitaria della Parrocchia e gli appuntamenti venivano fissati nel tardo pomeriggio, tutte scelte suggerite da motivi di salute e di semplice sopravvivenza. Così lentamente portava la Parrocchia ad una dimensione più quieta e serena ma inesorabilmente meno dinamica e più meditativa.

Qualcuno e forse tanti dei collaboratori, si sentirono non sempre capiti e  accettarono il nuovo corso con una certa difficoltà. Anche io trovavo alcune decisioni non intonate, ma poi tutto veniva superato dal suo eloquio, sia in privato che in pubblico. Don Luigi detestava gli “inchini e salamelecchi delle brave persone” (cit.) I collaboratori talvolta lo sollecitavano mettendo in discussione le sue decisioni ma  dopo qualche sfuriata e puntualizzazione, anche accalorata, ritornava il sereno, perchè sapeva riconoscere le qualità,   le capacità e il vero senso ecclesiale dei suoi parrocchiani e aiutanti. Quante volte prendeva il telefono e ti chiamava: “vieni che vediamo di mettere in piedi quella tal iniziativa, tu sei in grado di farlo”.  Ricordo che a conclusione di lunghe e convulse mattinate a preparare una celebrazione importante pensando ai fiori, ai posti sull’altare e tra i fedeli, i paramenti, i tappeti e tante altre cose necessarie, spesso si finiva che l’Angelus era suonato da parecchio. Allora  ci si sedeva ai primi banchi per guardare se il nostro lavoro era stato fatto bene; don Luigi arrivava e guardando anche lui diceva: “Bravi, per il poco gusto che ho, mi rendo conto che avete fatto una cosa veramente bella: grazie!”

A distanza di anni ancora oggi mi tornano in mente tante frasi, riflessioni e battute. Una delle più classiche, quasi un motto per la vita sua e di tutti: “Prendila più bassa…” che non era solo una battuta era il suo modo di intendere la vita, lui che mal sopportava e in qualche modo temeva ogni tipo di fanatismo e di esasperazione e ogni volta che vedeva un parrocchiano un po’ più accalorato lo ammoniva benevolmente così.

Come chiaramente si comprende il servizio di don Luigi a San Siro non fu  facile: lui che non era vocato ad organizzare, a restaurare, a interloquire con autorità civili e militari, si trovò proprio a dover fare queste cose che lui non amava. Per obbedienza, come lui amava dire, affrontò le prove che il buon Dio gli offrì, cercando di conservare sempre la serenità e tranquillità. Non sempre riuscì nel suo intento ma conservò sempre la volontà di salire i due gradini dell’ambone (luogo elevato) per trasmettere la forza della Parola di Dio che illumina e ispira la vita di tutti cristiani.

Il tempo trascorse in una dignitosa quotidianità e la Comunità, volente o nolente, seppe adattarsi al suo pastore a cui, con il tempo, imparò a voler bene.Se é vero che quegli anni non furono segnati da importanti eventi o da grandi innovazioni pastorali, è pur vero che tutti, nessuno escluso, potevano dire che Don Luigi c’era. Era lì! Sempre.

Quel suo “stare sempre in sacrestia”, segno per alcuni di profondo immobilismo, per altri fu elemento di grande importanza per la propria crescita umana e spirituale e, più di una volta, capitò a tanti di avere la sensazione che li stesse aspettando, nel suo studio, fra i suoi libri e le sue carte di cui lui solo conosceva l’ordine.Lì, in quello studio, dominato dall’immagine del Sacro Cuore con ai piedi la Città di Sanremo opera del Misani (lo stesso che affrescò il catino dell’abside con il Discorso della Montagna), molte anime trovarono ristoro, tante vite ebbero la possibilità di trovare una guida pronta nell’accogliere, comprensiva verso l’umana debolezza, ma sicura e ferma nella Dottrina.

In quella stanza insegnò a molti a puntare verso l’Alto attraverso i due soli cardini essenziali per il bene dell’ anima: la Parola e l’Eucaristia. Il resto, diceva, viene da sé.

Il tempo trascorse e con esso si acuirono le difficoltà di salute del Parroco, il quale proprio in quello studio annunciò una sera,  ad alcuni parrocchiani, che sarebbe dovuto recarsi a Genova per farsi operare. L’ intervento sembrava all’apparenza non particolarmente rischioso e tutti coloro che lo salutarono gli promisero che sarebbero andati a trovarlo appena possibile o comunque erano convinti che lo avrebbero rivisto molto presto.

Non fu così. L’intervento,  riuscito dal punto di vista tecnico, fu l’inizio di una serie di complicazioni senza via di scampo. La Comunità trascorse quel tempo nell’ angosciante attesa di un segno di miglioramento, ma é inutile negare che quando il campanone da solo e tutte le campane poi suonarono a morto, quella mattina del 7 giugno del 2000, in tanti non furono colti di sorpresa.

In quei giorni di profondo e sentito dolore, San Siro si strinse in preghiera per il suo pastore in una lunga e partecipata veglia funebre segno che quel “burbero benefico” aveva lasciato un segno indelebile come uomo e come prete.

Le esequie furono celebrate con molta commozione dal Vescovo Diocesano in una chiesa gremita di fedeli e da tanti confratelli nel sacerdozio, molti dei quali erano stati guidati sulla strada del servizio proprio da lui.

I presenti, che erano veramente numerosi, accolsero la salma proveniente da Genova  in un silenzio irreale.

“Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” ripeteva spesso Don Aichino nelle sue omelie. Ecco, a distanza di quasi 20 anni dalla sua scomparsa, siamo propensi a credere che il Buon Dio “in quella sera” abbia accolto con benevolenza fra le Sue braccia l’anima di quel suo sacerdote che con grande coerenza ha saputo offrire la sua vita con amore e per amore della Chiesa e delle persone che gli furono affidate.

Possano il suo ricordo e i suoi insegnamenti guidarci verso il Sommo Bene.

Desidero ringraziare Loredana Pippione che ha voluto aiutarmi nel preparare questa memoria di don Luigi Aichino. Grazie ai suoi ricordi e testimonianze, unite ai miei ricordi di Cerimoniere della Basilica Concattedrale penso di essere riuscito ad offrire un ritratto fedele del personaggio depurato dai sentimenti e dal pathos del momento, offrendo così a tutti coloro che lo ricordano con nostalgia nuovi spunti di riflessione nell’imminente ventesimo anniversario del suo ritorno alla Casa del Padre.

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